Adriana del Duca, Francesco de Santis, Mauro Milanese, Massimiliano Mirabella, Giampiero Mirra, Giorgia Restieri
Scritto e diretto da Ludovica Rambelli
No light, but rather darkness visible Mas essas chamas lançam nao luz, mas sim treva visivel La miglior luce che abbiamo in questo mondo altro non è che tenebra visibile.
Apocrifo vuol dire segreto, nascosto, e nella terminologia religiosa indicava i libri rivelatori di verità occulte e quindi da non destinarsi alle masse dei fedeli, ma soltanto agli iniziati.
Nell’ambiente cristiano l’aggettivo fu inizialmente usato per definire i testi gnostici che si servivano di un linguaggio ermetico, ricco di simbolismi e crittogrammi.
Rifiutando in parte o del tutto l’interpretazione gnostica del messaggio di Gesù e della sua persona, i padri della chiesa attribuirono al termine apocrifo il significato di spurio e di bastardo.
L’aggettivo venne poi esteso indiscriminatamente nell’accezione dispregiativa a tutti i testi non conformi alla norma dottrinale e dunque sospetti di eresia (che significa soltanto scelta, propensione, e non certo propensione a morire sul rogo).
Dunque apocrifo attribuito ad un testo, ad uno scritto, o a qualunque altra cosa è considerato sinonimo di non autentico, in contrapposizione a canonico (viene da canone: una mazza, un bastone usato per misurare) che significherebbe invece autentico, veritiero, addirittura, ispirato.
Dell’accanimento dimostrato da coloro che hanno fatto e la storia e le regole pur di dimostrare in qualche modo, qualsiasi modo, anche il più impensabile, che esistono – per davvero – delle verità assolute hanno fatto le spese un po’ tutti, e anche le parole e i miti.
Le prime fraintese (in buona fede? No, con dolo, con dolo), e i secondi bastonati con canoni durissimi e intrisi di verità per convincerli a trasformarsi in fatti finalmente sostenuti da basi solidissime.
Purtroppo, nonostante l’impegno “…i fatti non penetrano nel mondo dove vivono i nostri miti: come non li hanno fatti nascere, così non li distruggono.” (M. Proust)
Il mito, resistentissimo alla tortura del logico, ma devoto inquisitore, si alza illeso dal tavolaccio, dalla croce, o da altra sacra diavoleria, fa un pernacchio a tutti e se ne va per la sua strada.Apokryphos è uno spettacolo allestito da una banda di attori che se ne infischiano della regia divina, racconta un vangelo (novella, buona o cattiva che sia) non autentico, non ispirato, non sostenuto da basi storiche, né logiche, né tantomeno solide, infedele alle scritture, erroneo, spurio, eretico, e pure bastardo.
I testi non originali sono tratti da opere di: Federico Fellini, Iacopone da Todi, Oscar Wilde, Sant’Agostino, Pier Paolo Pasolini, Carmelo Bene, Vladimir Majakovskij.
Le musiche da J. S. Bach, W. A. Mozart, Domenico Modugno, Giacomo Puccini, Alberto Ribeiro, St. Joseph’s School Choir, Antonio Machin, Giovanni Gabrieli, Vivaldi, Violent Femmes
Con: Adriana del Duca, Gabriele di Munzio, Vincenzo del Prete, Mauro Milanese, Stefano Miglio, Massimiliano Mirabella, Giorgia Restieri.
Scritto e diretto da Ludovica Rambelli
…una rilettura di Hamlet prince of Denmark in chiave noir, questo sarebbe forse il primo di molti altri errori.
Il noir non è un genere, è un colore, un colore che sporca maledettamente. Chi si avvicina a certi temi, il potere, il delitto, il fato, la violenza, rischia di scontrarsi con il noir, e ritrovarsi addosso una macchia scura.
L’opera macchiata perde la sua autonomia, viene quasi vampirizzata da quel nero,e potrà, volendo, essere definita un noir.
Il nero, il cupo colore delle vesti del principe ribelle alla famiglia, allo Stato e alle convenzioni, che nel suo caso proprio con la famiglia coincidono, è il “primo” a sporcare i fogli sparsi di un copione ricostruito da un volenteroso stampatore, raccattando le parti dei vari attori, e mettendoci del suo quando proprio non riusciva a raccapezzarcisi.
La versione attribuita a William Shakespeare dell’Amleto è senza alcun dubbio un capolavoro, il blank verse un miracolo di bellezza e di semplicità per chi abbia la fortuna di ascoltarlo.
Ma colui che, invece, incautamente, da investigatore improvvisato e disarmato, si fosse messo in testa la peregrina idea di spulciare tra i misteri dell’Inghilterra elisabettiana, e fosse incappato prima in Marlowe (in Marlowe prima che in Shakespeare, intendo) si sarebbe presto ritrovato, accettando il rischio (quasi la certezza) di affogare, a nuotare tra relitti di segrete società e agenti segreti, certi 007 ante litteram che per mestiere e copertura facevano gli attori, avanti e indietro tra le corti e le università europee (di Francia, Germania, Inghilterra e Italia, evitando accuratamente Roma, per non finire scottati). Questi signori, poi, facevano amicizia tra loro, e con monaci scomunicati con fama di maghi e di alchimisti; alle prime dei loro spettacoli succedeva di tutto: dalle apparizioni diaboliche all’omicidio, in un clima di sospetto e delazioni, ritrovamenti di materiali “politicamente” compromettenti, prove che sparivano e ricomparivano, confessioni sotto tortura, risse, spie, malviventi, abitudini sessuali dubbie, dubbie compagnie e blasfemie varie, tanto in odio ai cattolici quanto ai protestanti che ne frattempo litigavano tra di loro per stabilire quale ortodossia fosse più ortodossa.
Insomma per lui l’Amleto diventa un cript, un messaggio cifrato, e quel che è peggio è che diventa un cript pure sapendo che non si è mai sognato di esserlo: un cript malgrado tutto.
E, nel momento in cui questo accade, nulla potrà mai più essere come era, l’opera è macchiata, parla d’altro, vengono fuori tutte le possibili coincidenze, e pure quelle impossibili: nel calderone dell’Europa della storia la schiuma viene a galla, e quelli che vi galleggiano si somigliano sempre.
L’Amleto è diventato un noir e alle coincidenze se ne aggiungono altre, altre che non c’entrano proprio per niente.
I due detective più famosi dell’hard boiled, il genere che ha dato vita alla prima serie di film noir, sono Sam Spade e Philip Marlowe, rispettivamente creature di Samuel Dashiell Hammett e di Rayomnd Chandler.
Al primo dei due, ad Hammett, il destino ha giocato uno strano tiro, da autore che era, dopo morto è diventato personaggio: il detective Sam Hammett uscito dalla penna di un certo Gores, che invece prima di mettersi a scrivere faceva il detective.
Hammett e Chandler erano i numero uno di un genere non troppo apprezzato dalla censura: roba forte, che metteva in piazza gli affari sporchi che l’America del welfare e dell’american dream avrebbe preferito si tenesse un po’ più celata, e non nascondono simpatie politiche inaccettabili, ed una vita affatto irreprensibile come del resto quella delle loro creature: donne, alcool, sigarette e niente happy end. Mai.
Hammett finisce in galera, Chandler no, cavalca un po’ meglio l’onda e la burrasca… si dice che descrivesse qualcuno a cui avrebbe voluto assomigliare, ed Hammett (Hammett, Hamnett, Hamlet: che scioglilingua) qualcuno a cui sapeva di somigliare fin troppo…
In SICK AT HEART si raccontano delitti eccellenti, sulla base di un “eccellente” manoscritto, smarrito, ritrovato, scompaginato, incollato alla meglio, riscritto e rimontato a quattro o più mani.