In Nomine Dei
Tristano e Isotta
Malatia

Scritto e diretto da Ludovica Rambelli, registrato al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli nel 1999.
Con Alfonso Benadduce, Mauro Milanese, Cecilia Preite Martinez, Massimiliano Mirabella, Lucia Milite.

In Nomine Dei: nella frenesia di un mambo ballato per compiacere antichi dei, Tristano possiede la propria Isotta ubriaca di filtro e di passione, tradisce il proprio Re e i suoi ideali per preservarne di più alti, e corre a compiere il proprio destino.

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Scheda dello spettacolo
http://malatheatre.wordpress.com/1999/05/01/malatia-in-nomine-dei/

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malatheatre locandina MalatiaAlfonso Benadduce, Mauro Milanese, Cecilia Preite Martinez, Francesca Cutolo/Lucia Milite, Massimiliano Mirabella,

scritto e diretto da Ludovica Rambelli


Non c’è bisogno di aver letto il Tristano di Beroul o quello di Bedier, né di aver sentito la musica di Wagner per sentire il dominio nostalgico di un tal mito: la triste e dolorosa storia di due amanti tanto inebriati dal proprio destino da correre danzando allacciati verso una morte certa.

Pensare che ad alimentare tale fuoco, che arde, che brucia, sia il desiderio di possedere (per sempre e per se soltanto) la creatura amata significa prendere una cantonata colossale:
Tristano brucia di passione per Isotta, ed Isotta arde per Tristano: se potessero sposarsi, non lo farebbero mai.

 

Non vogliono la pace, non vogliono pace, vogliono invece bruciare, scottare di febbre , cercarsi, prendersi, perdersi; vogliono uccidere e morire per quell’ardore che li consuma, per quell’estasi che li illumina e li rende divini; sono sorretti da qualcosa che li rende in questo simili ai martiri e ai santi: la fede. Di questa “fede” non hanno alcun bisogno di chiacchierare tra loro, figuriamoci se hanno il bisogno di infilarsela al dito.

Perché un tempo la passione era una religione, e per di più una religione “eretica”, prescindendo sul significato vero del termine, in quei tempi ad essere eretici si rischiava davvero di essere bruciati sul rogo, di scottarsi non solo metaforicamente, di essere fisicamente inceneriti.
Erano i tempi dei trovatori, delle eresie catare e albigesi, i tempi in cui la chiesa cattolica combatteva la grande battaglia, poi sottilmente vinta, contro il paganesimo, i tempi in cui si scrivevano i primi romanzi di Tristano.

malatheatre malatia 1999 mauro milanese L’amore-passione, che è ciò che permea di se il romanzo di Tristano in qualunque versione lo si legga, è apparso in occidente come controaltare della dottrina cattolica del matrimonio: il matrimonio del cristo con la chiesa specchio del matrimonio tra uomini e donne acquietati in un sereno e riproduttivo legame, al fine di conservare nascostamente il nucleo bollente e luciferino di religioni per le quali il dio è dentro l’uomo, e lo anima e lo guida in danze forsennate.
Tempi lontani durante i quali l’esser fatto santo o l’esser bruciato era questione di fortuna, bisognava vedere di che umore era il giudice innanzi alla strana tendenza di alcuni a danzare e perdersi dentro una passione che di umano non ha più nulla, invocare la morte, giacché lo scopo era quello di bruciare sempre di più, bruciare fino a morire.
Ora, che il più basso sembra sempre più il vero, e che il sublime viene ricondotto all’infimo, e che il cattolicesimo ha veramente vinto trovando nel mercato un alleato forse imprevisto, tutta questa storia sa di leggenda, o tutt’al più di paesia romantica. Ma allora nelle corti d’amore si cercava freneticamente un modo di occultare i principi basilari della propria fede, e la soluzione fu trovata utilizzando il trucco de “il più scoperto è sempre il più nascosto”: l’eresia trovò asilo nella poesia dei trovatori. Questi avrebbero attraversato le montagne e il tempo cantando l’amor che brucia, il desiderio che mai si consuma, l’ardore che mai si placa; altri, forse ignari, li avrebbero imitati cantando fever when you touch me oppure tu sì ‘na malatia senza mai sospettare di stare facendo proseliti per certi eretici sterminati intorno all’anno mille.


Qualcuno lo sa e lo fa apposta a cantare così, ma tace di saperlo, per prudenza.
È eretico Dante Alighieri, e la sua commedia è passata liscia tra le pur strette maglie dell’inquisizione, ed è eretico David Lynch facendo film in cui con una mano agita la bandiera della bella e felice famiglia americana, e con l’altra stretta a cono sussurra ai suoi attori battute impossibili: come quando fa dire da Franck, il maniaco di Blue velvet, al bravo ragazzo che lo ucciderà ripristinando l’ordine morale, affettivo e sessuale della faccenda “…tu sei come me” oppure quando, tra le braccia del bravo ragazzo, la signorina perseguitata dal maniaco sussurra dolcissima: “…adesso ho la tua malattia”, è al ragazzo che lo dice, e non al maniaco, come invece sarebbe logico, logico secondo una logica non eretica.

In Nomine Dei: nella frenesia di un mambo ballato per compiacere antichi dei, Tristano possiede la propria Isotta ubriaca di filtro e di passione, tradisce il proprio Re e i suoi ideali per preservarne di più alti, e corre a compiere il proprio destino.

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Vedi il video dello spettacolo/ see the video of the play
http://malatheatre.wordpress.com/1999/06/19/in-nomine-dei-tristano-e-isotta-malatia-video/
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